Oltre i Resti ONLUS


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Misteri

La rivalutazione negli ultimi anni dell’arte e dei monumenti, ha fatto nascere contestualmente l’interesse per quella Napoli che viene raccontata nei vicoli, da donne imbiancate dal tempo che narrano storie affidate alla tradizione orale da generazioni.
“…i misteri di Napoli sono nascosti e cementati nelle mura dei palazzi.
Ah! Se queste mura potessero parlare” (Benedetto Croce).
E queste mura hanno parlato! A darvi voce sono fonti sicure e ‘a voce ‘e popolo: autori, parenti, amici, nonché gli abitanti stessi del quartiere.
Siamo dunque ben lieti di invitarvi ad una “passeggiata” attraverso la Napoli “ esoterica”, aprendo così una porta, per offrire agli uomini la possibilità di penetrare nel mistero; simbolicamente, rivelare una verità nascosta.
L’intento è di riuscire con questo testo a dipingere un nuovo volto alla città, unica nel suo essere, decantandone un lato “oscuro” e nuovo.
…e ricordate… se il testo non dovesse piacervi, potremmo tormentarvi dall’aldilà in veste di fantasmi.


Gli esposti

“…vogliono solamente stare vicino a quello che hanno amato.
E’ questo che li trattiene qui. E’ questo che vogliono…”
Fragile di Jaume Balaguerò

Il cuore le batteva all’impazzata e il fiato le mancava. Lungo la strada continuava a correre e a guardarsi indietro, con il timore che qualcuno la stesse seguendo. Sembrava un malvivente intento a non farsi scoprire e così rasentava i muri, e si riparava nel buio dei portoni dei palazzi per assicurarsi di essere sola.
“Loro sapranno cosa fare”, si ripeteva a voce bassissima, quasi in un sussurro. Il rimorso era grande, ma ancora più grande il dolore e la miseria. Procedeva spaventata; ed ogni benché minimo rumore la faceva sobbalzare e il cuore le batteva più forte, ma la via era deserta.
La notte era gelida e lo scialle logoro che avvolgeva la sua esile figura, ben poco la proteggeva dal freddo. Strinse più forte il fagotto che portava tra le braccia ed accelerò il passo; le sembrava che il suo peso aumentasse strada facendo.
Finalmente giunse alla chiesa. Così come le avevano raccontato, non esisteva un portone d’ingresso, e le scale davano direttamente in una sorta di piccolo cortile. Si precipitò su per i gradini in una corsa frenetica e non conoscendo il posto, si guardò intorno. Alla sua sinistra scorse l’entrata della chiesa, mentre guardando dall’altra parte trovò “la ruota”. Malferma sulle gambe tremolanti, procedette in quella direzione. Stavolta il passo era lento, come chi, dopo un lungo peregrinare ha raggiunto la meta tanto sofferta. Girò la ruota dal lato concavo; il cuore le batteva ancora più forte di prima. Con delicatezza vi depose la coperta con il suo contenuto, poi si trasse dal petto un pezzo di carta e lo infilò tra le pieghe del fagotto. Si soffermò per qualche istante, quindi, fece nuovamente girare la ruota, tanto da vederne la parte convessa. Per la prima volta, dopo la morte della figlia, avvertì nettamente il vuoto che la circondava. Quell’atto recideva anche l’ultimo legame che aveva con lei. Con le lacrime che copiose le rigavano il viso, e tutto il peso del suo gesto disperato sulle spalle, si lasciò mollemente cadere e scoppiò in un mare di pianto; quando ad un tratto, come avvertendo, la gravità della situazione, il fagottino che era nella ruota, si animò, lanciando urla acutissime che svegliarono alcune delle suore che dormivano al primo piano del convento.
Sempre vigile, anche durante la notte, suor Franca, immaginando cosa fosse accaduto, si diresse direttamente verso la ruota ed aprendo la coperta da cui provenivano le urla, fece capolino una testolina rosa con due grandi occhi neri, che si sgranarono appena ebbero messo a fuoco la suora. Ne seguì una risata sonora e sdentata che riecheggiò nel silenzio della sala. Un biglietto con una grafia quasi incomprensibile accompagnava la piccola:
“Il suo nome è Maria. Se vi è possibile, insegnatele a cantare, sua madre aveva una voce celestiale”. Nei giorni che seguirono, il convento fu in fermento. Numerose lettere furono spedite a potenziali famiglie adottive e come per ogni bambino che veniva proposto, altissime erano le speranze.
“E’ davvero carina” disse suor Franca a suor Anna, la madre superiora, mentre le dava la poppata della sera. “Non si affezioni troppo a lei” le suggerì la monaca dall’alto della sua esperienza.
“Per questo convento sono passati tanti bambini e ringraziando il cielo, siamo sempre riuscite a trovare loro una famiglia amorevole. Preghi affinché ciò accada anche per Maria”, e guardando la sua giovane consorella con quale amore avvicinava il volto a quello della bimba e con quali sorrisi e parole dolci la vezzeggiava continuò: “La nostra non è una scelta facile. Abbiamo rinunciato alle gioie del mondo, tra cui la maternità, per dedicarci alla preghiera!” E con delicatezza, le tolse la piccola dalle braccia. “Continuerò io. Vada pure a riposare. Domani sarà lei ad accogliere le prime famiglie”.
La scelta della superiora parve a suor Franca una vera crudeltà, tanto che, trascorsa ormai già qualche ora da quando era andata a letto, non riuscendo a prendere sonno, decise di fare una capatina dalla bimba, giusto per controllare che tutto fosse apposto. Con fare furtivo si affacciò dalla sua stanza nel corridoio. La via era libera. Con passo felpato, e una gran paura di essere scoperta, si avviò senza scarpe alla stanza della piccina che era adiacente a quella della superiora.
Ciò che vide appena ebbe aperto la porta, fu tanto inaspettato quanto pauroso.
Una donna, avvolta in un bianco sudario, era seduta accanto alla culla della bambina, e dolcemente le cantava una ninna nanna.
Lo stupore di suor Franca fu tale, che non riuscì a reprimere il suono che la fece scoprire. La donna nella stanza, si voltò allora verso di lei e alzandosi da sedere, cominciò a fluttuare e fu così che la monaca ebbe la certezza che quella, non era un essere umano. Riavutasi dallo sbigottimento e raccogliendo tutto il proprio coraggio, senza esitazione la suora si lanciò verso la culla per prendere la piccola, ma la misteriosa donna intuendo lo slancio, l’anticipò e con un semplice gesto della mano, fece sollevare la neonata, che cominciò a fluttuare verso di lei, fino ad averla tra le braccia.
Impotente e terrorizzata all’idea che quell’essere volesse portare la bambina con se, la monaca fece l’unica cosa che le venne in mente e così si gettò in ginocchio, e tenendo tra le mani il crocifisso che portava alla gola, con grande fervore cominciò a pregare: “Signore salva la piccola Maria e ricaccia quest’essere negli inferi. Non lasciare che porti con se un’innocente. Ti offro la mia misera vita in cambio della sua. Salvala, ti prego!” E in atto di totale umiltà e sottomissione al volere divino, si gettò in terra con le braccia aperte ed il volto sul pavimento, in attesa che qualcosa accadesse; ed infatti, il fantasma seduto nuovamente accanto alla culla, aveva ripreso a cantare la sua nenia con voce ancora più dolce, mentre la piccola, senza alcun timore guardava quella donna dagli occhi tristi e l’incarnato diafano, muovendo le braccine verso di lei, quasi a volerla afferrare. In quel momento, suor Franca capì. Fu quel meraviglioso canto a farle comprendere. Ad agio si alzò da terra e mosse verso la culla.
“Sei sua madre vero?”chiese timidamente, ma la donna, senza prestarle attenzione, continuò il suo canto. “Domani delle famiglie verranno per vedere la piccola” continuò con lo stesso tono pacato, ed aggiunse:” Non temere, sceglieremo per lei i genitori migliori”. Stavolta il fantasma interruppe il suo canto e guardando la suora dritta negli occhi accennò un sorriso, mentre lacrime vere caddero sul bordo della culla bagnandolo.
Poi, accarezzando la piccola senza riuscire però a toccarla: “Addio amore mio” disse, e poco a poco scomparve. La suora, prese allora la bambina dal lettino e dondolandola le disse: “Veglierà su di te per sempre, non scordarlo mai” e restò con lei fino all’indomani.

Assunta


Il duca scomparso

Era una festa sontuosa, dalle finestre del palazzo le luci dei lampadari si riflettevano sui vetri.
La musica dell’orchestra ondeggiava nella sala da ballo dove abiti lussuosi e sfarzosi danzavano al centro, gruppetti di persone chiacchieravano nascosti dietro le loro mascherine, risate e voci si mescolavano alle note, candele e candelabri, oro e gioielli brillavano dappertutto e specchi, tanti specchi. Enormi e con cornici dal fogliame dorato, nastri e amorini negli angoli rendevano ancor più vistosi l’ambiente, rendendolo profondo.
La festa in maschera nel palazzo del Duca era un evento da non perdere, ogni nobile invitato non poteva mancare, e chi non era stato invitato si infiltrava. La festa iniziava nella serata e durava tutta la notte, annaffiata da champagne e vino d’eccellenza serviti su vassoi d’argento da servitori in livrea che offrivano dolci tipici e musica e ballo. Tanto, troppo… rumoroso.

La gente del popolo non riusciva a dormire, gli sfortunati che vivevano nel vicolo dovevano partecipare passivamente alle danze, alla musica che entrava rumorosa e assordante nelle loro case.
Non lasciandoli riposare per il giorno seguente dove il lavoro non gli avrebbe dato tregua, faticare ore ed ore per poter sfamare la propria famiglia. E la sera non poter nemmeno riposare, mentre lì vicino si ingozzano e si svagano, senza aver nessuna preoccupazione.
Più volte molti uomini del popolo si sono riuniti con torce davanti all'entrata del palazzo, sotto all’enorme portone con il rosone a conchiglia in ferro battuto. Ma inutilmente, o scacciati in malo modo dai servitori o neppure ricevuti o minacciati. Essendo il Duca un uomo potente e che direttamente dava lavoro a molti di loro, gli uomini fallivano nel loro tentativo.
Tutti ritornando a casa pregando maledicendo che il Duca crepasse.
Ma nei vicoli, e soprattutto, in quel vicolo non abitavano solo nobili e plebe ma anche gli spiriti… benigni o maligni che avrebbero esaudito i desideri del popolo.
Infatti…

Una sera il Duca fu chiamato nel palazzo del Principe, era stato invitato a sua volta a una festa, una di quelle in cui non puoi mancare. Quindi vestito nel suo paltò porpora con ricamati di nero dei gigli, un foulard di raso rosso annodato al collo e una perla come fermino, delle scarpe lucide da potersi specchiare e un cappello, anelli d’oro: uno con lo stemma della famiglia e un altro con un rubino incastonato. Nella sua carrozza dalle pareti interne rosse, con sette cuscini in tinta con ricami in oro partì.
Il cocchiere frustava i cavalli neri, dei purosangue dalle zampe sottili e muscolose, una criniera folta. Il cocchiere illuminato dalle piccole lampade ai lati, appariva con la pelle del viso chiara, unico colore dopo il nero vestito. La carrozza uscita dal portone che si stava chiudendo alle loro spalle correva, le ruote sulla strada segnalavano il suo passaggio creando un forte rumore e la carrozza alla fine del vicolo strusciava addosso allo spegnitorce, nell’angolo del vicolo, consumando la dura pietra e alzando una nuvola di polvere. Il rumore delle ruote impazzava sulla strada mentre il cocchiere sferzava la frusta verso i cavalli fendendo l’aria calda.
Il Duca guardava dal finestrino da dietro la tenda rossa, osservando la strada quasi vuota e buia, qualche piccola torcia restava accesa regalando alla vista un piccolo bagliore. Le strade ormai deserte e buie sembravano interminabili, quando d’improvviso…
… il cocchiere arrestò violentemente i cavalli e la carrozza, restando fermo in silenzio, il Duca si affacciò dal finestrino arrabbiato e vide.
I cavalli imbizzarriti si staccarono dalla carrozza e mentre scapparono scomparvero. Il Duca incredulo uscito si avvicinò al cocchiere che restava con il viso fermo riverso in avanti, lo sguardo impaurito e muto. Il Duca seguitando a parlare e a richiamarlo all'attenzione, si girò verso la strada e poco più avanti vide una figura nera, un monaco, o meglio un saio marrone scuro fermo con il cappuccio alzato e vuoto. Sì, dentro al saio non c’era nessuno, il buio più totale nel cappuccio rendeva la scena ancor più tetra e paurosa.
A questo punto anche il Duca era fermo ed irrigidito come il cocchiere, con gli occhi spalancati e la bocca semiaperta, la paura che scendeva in gocce di sudore sulla fronte e un silenzio tombale. Lo spirito si avvicinò ingrandendosi sempre più, e con il suo saio coprì i due con la carrozza. Pochi attimi e tutto scomparve.
Non c’era più nulla nella strada, il buio regnava, la paura era un ricordo lontano.
Il silenzio, quello tanto cercato e sperato ora accompagnava il sonno del popolo dei viventi e dei morti.
Ancora oggi è possibile sentire nelle notti più scure e verso sera il rumore delle ruote della carrozza che rivive e ripercorre le stesse strade, partendo dal palazzo, strusciando lo spegnitorce consumandolo e poi sparire.
Del Duca e del cocchiere non si ebbero più notizie, tranne per quelli che lo hanno incontrato durante la loro corsa eterna, attenti soprattutto a non fare chiasso per quelle strade. Perché?
Perché anche gli spiriti vogliono riposare.

Marco



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