Oltre i resti


Vai ai contenuti

Menu principale:


Misteri a Napoli


... e dintorni


In questa pagina vi proproniamo alcuni misteri legati all'esoterismo della nostra città, prevalentemente del Centro Storico.
Napoli è ricca di storie e leggende nascoste tra vicoli, palazzi e mura, che sanno e possono rivelare ricordi di una memoria... "da paura".


L’amore nel pozzo


“…In mezzo a tutto ciò un pianto, un pianto accorato, l’avvolgeva tutta, e risuonava sopra e sotto di lei, nell’aria, nella terra. Era il suo bimbo che piangeva… Dove mai?... Là… Qui… Le sue dita si stringevano convulsamente in un’angoscia mortale… Dio glielo avrebbe fatto ritrovare!...”

L’urna di S. Gingolph di Gustav Meyrink


L’acqua gli entrava nella bocca e saliva su dal naso mozzandogli il respiro. Sbatteva le mani ed i piedi, ma non riusciva a stare a galla, e cominciò a bere.
“Mamma!” cercò di gridare più volte, ma le parole gli uscivano tronche, seguite da zampilli che le rendevano addirittura incomprensibili; e poi il buio, così terrificante che pareva palpabile, quasi avesse consistenza e soprattutto peso, tanto da spingerlo ancora più giù, senza permettergli di tenere la testa fuori dall’acqua. “Sarò buono!”, gridò di nuovo, ma gli rispose il silenzio, rotto solo dal fragore del suo dimenarsi.
Nell’impari lotta, le piccole membra cominciarono a stancarsi ed i sensi ad assopirsi. I polmoni erano pieni d’acqua, e fu sotto. Era confuso, ma soprattutto, non avvertiva più la mancanza d’aria e così, si arrestò anche il frenetico movimento di braccia e gambe, insieme al suo cuore; poi…più nulla.




Al mattino, Maria entrò nella stanza per svegliare i bambini, ma il lettino di Marcellino era vuoto e le coperte scostate. Credendo ad una burla, guardò sotto il letto: “Trovato!”gridò, ma niente. “Dov’è tuo fratello?”chiese allora bruscamente a Matteo.
“Non lo so!” fu l’assonnata risposta del ragazzino mentre sbadigliando si stiracchiava.
Come una furia la donna si precipitò nel corridoio. La prima cosa che vide fu sua madre che piangeva disperata, premendosi il fazzoletto di merletto sulla bocca, per ricacciarsi in gola un grido di dolore.

Con violenza la spinse da parte verso il muro. “No” continuava a ripetere Maria a fil di voce in un moto frenetico, mentre i pochi passi che conducevano all’enorme cucina divenivano chilometri, a causa della paura che le faceva tremare le gambe. Il timore divenne certezza. Antonio, suo marito, seduto a terra con la schiena poggiata al pozzo, si reggeva la testa tra le mani, mentre le lacrime venivano giù in rivoli. Il suo sguardo incontrò quello della moglie.
Gli occhi spalancati nell’espressione del terrore, subito fissarono quel buco nero. Con scatto felino Antonio le andò incontro bloccandola in un ferreo abbraccio, mentre lei, dimenandosi, lo strattonava per allontanarlo da se. Urlava come un’ossessa: “C’è il mio bambino là dentro? E’ là dentro? E’ là dentro?”chiedeva, conoscendo già la risposta. Dopo alcuni secondi, e scoppiando in un mare di pianto, si accasciò al suolo e al pari di un burattino senza più nessuno a trattenerne i fili, si lasciò andare, nell’abisso del suo dolore.
La giornata trascorse nel più cupo mutismo. Maria guardava coloro che le dicevano “condoglianze”, inarcando le sopracciglia, come se trasecolasse.
“Dov’è Marcellino?” chiedeva di tanto in tanto, senza ottenere alcuna risposta se non una amorevole carezza od un abbraccio dal marito.
Solo a tarda sera, una apparente quiete ritornò nella casa.
Lo sguardo era rivolto verso la tela cascante del soffitto, mentre con un piede a terra e l’altro sul poggiapiedi, lo scricchiolio della vecchia sedia a dondolo scandiva il tempo. Ad un tratto però, nel silenzio innaturale della casa, Maria udì il calpestio di piccoli passi, seguiti dal rumore di una pallina che rotolava sul pavimento. Immediatamente fu attratta da quei suoni e trasalendo dal suo stato d’abbandono, vi andò incontro.
Le risa di un bambino risuonavano di stanza in stanza.
La donna capì.
“Dove sei?” chiamò col tono di chi gioca a mosca cieca. “Ora ti prendo!”disse facendo capolino in una stanza vuota; fino a quando fu in cucina.

Ciò che vide, non era più l’immagine solita del suo Marcellino, ma quella di un bimbo dal pallore cinereo e l’incarnato diafano. Indicando con la piccola mano il grande buco nero: “E’ caduta nel pozzo”, disse rattristato, e mentre la madre si sporse per guardarvi dentro, scomparve.
Maria attese l’intera notte che il piccolo ritornasse, ma così non fu.
Seguirono giorni durante i quali la preoccupazione di Antonio, sullo stato di salute della moglie crebbe a dismisura. La donna di giorno dormiva sonni tranquilli, mentre la notte si aggirava per casa e parlava da sola.
Il dottore l’aveva rassicurato però, che l’insonnia, così come la mancata accettazione della morte del figlio, inducevano Maria a vedere ancora il piccolo nello stesso identico modo di quando era in vita.
“Il tempo”, aveva preannunciato, “Sarà quello a farla ritornare alla normalità e all’affetto dei suoi cari”.
Vani furono i tentativi del povero Antonio di spiegarle che Marcellino non era più lì con loro.
“Ma cosa dici?” gli rispondeva dolcemente, “Gioco con lui tutte le notti, anzi, sarà il caso che lo porti a prendere un po’ d’aria buona, è così pallido ultimamente!” Ed un velo di tristezza le offuscava gli occhi.
Intanto i giorni passavano, ma non le stranezze di Maria, fino a quando una notte, Antonio udì i suoi passi interrompersi all’improvviso; mentre la sua voce giocosa cedeva il posto a degli strani ed incomprensibili suoni, soffusi e spasmodici che cessarono dopo qualche istante. Corse in cucina, dove la moglie era solita rifugiarsi, ma non la trovò. Uno strano ed orribile pensiero gli baluginò allora nella mente, e senza indugio si precipitò nella camera di Matteo. Maria era lì, seduta sul letto del ragazzino. Gli accarezzava i capelli e le guance ancora rosee.
Un cuscino era sul pavimento, ai suoi piedi. La forma era ancora concava.
Fermo, impietrito, con un dolore sordo che gli schiacciava il petto, Antonio senza parole, osservava l’orrore che impietoso si presentava ai suoi occhi.
Maria si volse e interpretando il silenzio del marito più eloquente di qualsiasi domanda, dichiarò quasi in tono di rimprovero:
“Domani è il compleanno di Marcellino e come regalo mi ha chiesto un compagno di giochi. Così ho pensato -chi meglio di suo fratello?- Non sei d’accordo?” e senza neanche aspettare la risposta, riprese ad accarezzare il viso esanime del figlio maggiore, immolato dall’eterno amore materno.


Assunta


Agli ordini Signora!


Avere una cameriera che sbrighi le faccende al tuo posto è il sogno di ogni donna. Una persona che esaudisca tutte le richieste, che prepari il necessarie per vestirti. Una domestica che pulisca casa o una balia che accudisca i figli. Tante e tante altre mansioni sbrigate dagli altri. Dunque, quale donna non si è immaginata nei panni di una nobile dell’Ottocento? Nelle splendide vesti, arricchite di pietre preziose, a farsi servire da altri? Ma voi con le vostre serve, come vi comportereste?

Aveva attraversato una delle quindici stanze dell’appartamento. Doveva fare presto o avrebbe nuovamente strillato. Certo non voleva farsi frustare come era accaduto a Graziella, e tutto per non aver trovato in tempo il nastro rosso. I suoi piedi scalzi si muovevano velocemente sul pavimento in legno del salone, attraversando varie camere entrò in quella degli specchi. Bianca, la giovane serva di Donna Lorenza Spinelli, era davanti alla sua signora con il capo chino e le braccia tese in avanti a porgerle il vestito. Il cuore era in fermento, il suono del battito le scoppiava nella testa. La paura di essere punita le faceva tremare le gambe. Ma il vestito venne preso da un’altra damigella e la ragazza non sentendo nessun urlo di rimprovero, si calmò. La serva si chiedeva come era possibile che quella donna fosse la nuora del buon principe Trojano Spinelli, lo stesso uomo che l’aveva accolta, insieme ad altre ragazze, dall’orfanotrofio per farle lavorare in quella casa. Sì, sarebbero state per tutta la vita delle serve, ma almeno avrebbero avuto cibo e alloggio assicurato, e forse col tempo, avrebbero trovato un uomo che pagando una somma di danaro le avrebbe riscattate per amore.
La servetta non aveva lavorato per Donna Lorenza fino alla morte del principe, avvenuta dopo pochi mesi dal suo arrivo. Diventata lei la padrona, la ragazza fu scelta come damigella (per meglio dire schiava). Oggi come in tante altre occasioni la nobildonna sarebbe andata a pranzo fuori con il principe, suo consorte, da un eminente cardinale. Bianca, per tutti Bianchina per la sua giovane età, avrebbe avuto alcune ore di riposo e soprattutto di tranquillità.
Uscendo dalla stanza, per andare a sistemare gli abiti che non sarebbero stati indossati nella giornata, incontrò il principe che entrava in camera. Sicuramente il padrone era andato di persona a chiamare sua moglie per dirle di sbrigarsi. La nobile avrebbe accusato le sue ancelle del ritardo, punendole. Bianca stava chiudendo le ante dell’armadio quando sentì strillare di dolore una serva. Era immobilizzata dalla paura, non poteva e non voleva andare a vedere chi era la povera sventurata frustata e maltrattata dalla signora. Dopo un po’, altre grida di dolore femminili, una di queste doveva essere Graziella, ne riconosceva la voce.
Una donna della cucina entrò improvvisamente nella stanza dove stava Bianchina spaventata. Questa le suggerì di nascondersi in quanto le guardie la stavano cercando. Tutte le damigelle per ordine della padrona, dovevano essere frustate. Non aveva ancora terminato la frase, che una guardia prese per un braccio la giovane orfana e la trascinò fuori nel salone. La ragazza riuscì a divincolarsi e scappò verso l’uscita andando a sbattere contro il principe.
Bianca, in lacrime e per terra, aggrappata alle gambe del suo padrone chiese di essere risparmiata. La guardia la raggiunse e mentre la trascinava via si fermò. Il principe, buono come suo padre, ordinò di lasciarla andare e di avvertire la padrona che erano già in ritardo. Donna Lorenza che aveva assistito alla scena, giurò a se stessa che si sarebbe vendicata.

I giorni passarono e Bianca era sempre più sottomessa di prima. Le era stato impedito di uscire dal palazzo per le commissioni, stava sempre nella stanza della nobildonna per servirla.
Come giurato la padrona la faceva lavorare moltissimo anche quando non c’era nulla da fare, tanto che la povera orfana, la sera, andava a letto stremata. Le gambe pulsavano di dolore e riusciva a malapena a camminare.
Ma le brutte notizie non arrivano mai da sole.

Il padrone stanco della prepotente e perfida moglie, con cui non faceva altro che litigare, decise di partire per la guerra. Almeno a detta dei suoi servi, quella sarebbe stata una semplice e piacevole vacanza.
La mattina quando il marito andò nella camera della moglie per salutarla, come al solito si sentì rispondere sgarbatamente. Seccato, l’uomo girò le spalle per andarsene, ma proprio in quel momento il suo sguardo incontrò quello mortificato della buona Bianchina, che stava pettinando la signora.
Il tutto durò un istante, ma la nobildonna aveva visto quello sguardo di intesa e con malizia e cattiveria lo aveva interpretato come quello di due amanti. Sarebbe stato inammissibile che suo marito, un principe, l’avrebbe tradita e peggio ancora con una serva. La punizione dunque non le era bastata, adesso allora meritava la morte e questa volta non c’era il principe a difenderla. Inutile dire che la ragazza non riuscì nemmeno a pronunciare parole di difesa che fu presa dalle guardie. Mentre queste la tenevano ferma, due uomini di fatica prepararono i mattoni per la condanna. Bianca fu messa in una nicchia del palazzo e murata viva. Mentre i mattoni venivano cementati davanti al suo corpo e lei guardava incatenata le sue compagne piangere, rabbiosa pronunciò: “Famme’ pure mura’ viva, ma in allegrezza o in grandezza, tu me’ vidarraje!”.




L’anatema urlato a squarciagola dalla giovane serva risuonò per tutto il palazzo, ma Donna Lorenza non diede importanza alla cosa. La sera stessa la padrona mentre era a tavola a bere del vino in compagnia vide presentarsi di fronte un’ombra argentea. Man mano che la figura si avvicinava distinse il volto di Bianchina. La signora pensò che qualcuno l’avesse liberata e lanciò il bicchiere pieno di vino contro la giovane. Questo attraversandola cadde per terra rompendosi in mille frammenti. La nobildonna svenne.

Si racconta che il suo fantasma appaia nel palazzo sempre tre giorni prima che alla famiglia Spinelli accada un fatto lieto o una sventura. Si racconta che abbia spaventato a morte la principessa e che punisca tutte le donne che hanno approfittato degli altri in quel palazzo. Quindi, badate bene che avere una donna al vostro servizio significa chiederle di fare al vostro posto le faccende, ma con cortesia anche se questa viene pagata. Perché?
Per caso volete vedere un fantasma di “Bianca” presenza.


Marco


Home Page | Chi siamo | HALLOWEEN | Percorsi visite | Concorso Letterario | Nostre Pubblicazioni | Concorsi amici | Misteri a Napoli | Musica a Napoli | Cucina napoletana | Gallery | Progetti realizzati | Patrocini e Sponsor | Siti amici | Contatti | Mappa del sito


Torna ai contenuti | Torna al menu