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Con l’espressione canzone napoletana si indica sia la canzone classica della seconda metà dell’800, sia buona parte della produzione dialettale. L’evoluzione della canzone napoletana è legata ai salotti borghesi, dove venivano organizzati incontri di società. In quel periodo una nuova classe sociale andava affermandosi; la borghesia; e proprio le donne di queste nuove famiglie organizzavano i salotti. Esse stesse sapevano suonare e trasmettevano la tradizione musicale anche attraverso i canti che facevano ai loro bambini. Era la dama a tenere insieme il salotto e la vita associativa del gruppo. Ma cosa si suonava nei salotti? Dipendeva dal linguaggio economico della famiglia borghese; certo per suonare Beethoven occorrevano parecchi soldi, ma in ogni caso si suonava un repertorio vasto che comprendeva arie, romanze ma anche canzoni popolari trascritte, infatti nasce in quel periodo l’interesse per la musica popolare tradizionale, la quale non sempre era considerata rassicurante (volgare, allusiva, legata alla malavita), per cui non consona al perbenismo di queste famiglie, alle signore e ai bambini che abitavano quelle case.
Le canzoni popolari venivano riadattate per canti e pianoforti (elemento egemone della case borghesi); in qualche casa c’erano anche arpa e chitarra. Nasceva una colonna sonora manipolata, e fu proprio questo che permise alla musica popolare di entrare nei salotti borghesi; un esempio ne è Cottrau. Alcune famiglie organizzavano, in prestabiliti giorni della settimana, le cosiddette periodiche (nel caso in cui non si disponeva di tanti soldi) cioè un intrattenimento “piccolo borghese”: un po’ di amici e qualcuno che suonava e cantava, mentre nei salotti aristocratici c’erano persone illustri come Bellini, Donizetti, Leoncavallo i quali si cimentavano nella composizione di romanze da camera. Per datare la nascita della canzone classica napoletana ci sono due scuole di pensiero:
la prima risale al 1° Festival ufficiale di Piedigrotta, che inaugurata con “Te voglio bene assaie” nel (1839) di Raffaele Sacco (vendute copie di fogli volanti 80.000),
la seconda, al 1880, con “Funiculì funiculà", di Turco e Denza con altri autori di testi e musiche, e anche la presenza degli editori.
In questo caso abbiamo una canzone strutturata con un testo, con strofe e ritornello; infatti le prime canzoni napoletane erano cantate su poche strofe melodiche, non esisteva un ritornello, e il testo cambiava continuamente. La prima forma della canzone classica napoletana è delineata dall’incontro tra canzone popolare e romanza da camera.
Nella canzone classica napoletana è fondamentale il punto di partenza che è il testo che può essere composto anche da tre o quattro strofe, che devono contenere delle rime e già avere una musicalità infatti, nel caso dei “Pianefforte ‘e notte” (dalla poesia di Di Giacomo) fu difficile musicarla perché i versi contenevano una loro autonoma melodia. Il processo che si faceva in quel periodo era di prendere forme popolari e cambiarle in chiave popolaresca e i poeti e musicisti facevano ciò in modo diverso. Per canzone napoletana si intende la canzonetta, la canzone d’arte che ha una melodia, il componimento comico, quello drammatico, la canzone da ballo, ma la vera canzone classica napoletana è quella di ispirazione lirica in cui musica e poesia sono creati apposta per essere cantati e l’argomento principale è Napoli, con la sua doppia anima di città madre fatta di luci ed ombre, di gioia e tristezza.
Innamorato dei versi della poesia di Di Giacomo, De Leva decide di musicarla e renderla in canzone... canzone che è possibile ascoltare interpretata da Tito Schipa.